Il tumore della prostata

Il tumore della prostata

Il tumore della prostata
Il tumore della prostata è una delle patologie più frequenti nel sesso maschile e il primo in classifica tra i tumori. É raro che si presenti sotto i 50 anni ed è associato ad una forte familiarità; nelle famiglie con persone affette da tumore prostatico, la possibilità che un parente di primo grado (figlio, fratello, ecc.)  si possa ammalare è raddoppiata.
Negli USA sono poco meno di 250.000 casi all’anno, mentre in Italia sia stima che siano più di 30.000.
Negli USA vi sono più di 2.500.000 di uomini che vivono con tumore della prostata.

Che cosa è la prostata?
La prostata è una ghiandola, a forma di castagna, che si trova sotto la vescica nel maschio e che abbraccia il canale che porta fuori le urine e il liquido seminale, cioè l’uretra.
Il compito principale della prostata è quello di fornire alcuni elementi necessari all’arricchimento del liquido seminale.

Quali disturbi dà il tumore della prostata?
Il tumore della prostata, soprattutto quando diagnosticato precocemente, non dà particolari disturbi. Questo non significa che chi non soffre di disturbi urinari per colpa della prostata non corra alcun rischio di sviluppare il tumore della prostata.

In forme più avanzate, il tumore della prostata può effettivamente dare disturbi urinari, come difficoltà allo svuotamento della vescica o sangue nelle urine, ma si tratta di una percentuale molto ridotta di soggetti, quando il tumore, molto avanzato, arriva a comprimere o infiltrare l’uretra.

Si sottolinea per contro che chi avverte disturbi urinari non ha un rischio significativamente più alto della media di sviluppare un tumore della prostata, anche se le ultime ricerche hanno suggerito una probabile connessione tra infiammazione prostatica (la cosiddetta “prostatite”) e lo sviluppo del tumore della prostata.

Tumore della prostata: prognosi
Complessivamente, la prognosi del tumore della prostata è BUONA!
Pare ovvio, ma si ribadisce che, come per molti tumori, più precoce è la diagnosi, meglio è.

Negli USA, nell’80% dei casi la malattia è diagnosticata quando è ancora in uno stadio localizzato (cioè limitata all’interno della prostata).
La probabilità di sopravvivenza complessiva è del 99%, ma se la malattia è localizzata la probabilità di sopravvivenza a 5 anni sale al 100%.

Se viceversa la malattia viene diagnosticata già in forma metastatica (cioè la malattia si è già disseminata ad organi distanti), la probabilità scende al di sotto del 30%. [Fonte: National Cancer Institute – SEER – Stati Uniti]

Tumore della prostata: diagnosi precoce

Come detto, il tumore prostatico ha una elevatissima probabilità di guarigione se diagnosticato precocemente; non solo, ma oltre ad una elevata sopravvivenza, riuscire a diagnosticare precocemente un tumore prostatico consente di trattare il paziente con il “minimo indispensabile” per garantire la cura della malattia. Addirittura, talvolta, in pazienti selezionati, non è necessaria cura alcuna, ma solamente uno stretto programma di controlli (la cosiddetta “sorveglianza attiva”) volti a seguire l’eventuale sviluppo della malattia, per essere pronti ad intervenire nei casi in cui vi sia necessità.
Nei casi in cui invece si renda necessario un trattamento per la cura della malattia, la prognosi è comunque generalmente eccellente, con un’ottima qualità di vita per il paziente, grazie a tecniche sempre più all’avanguardia, tra cui la 
prostatectomia radicale robotica.

Come avviene la diagnosi:
Negli uomini di età superiore ai 50 anni è buona norma effettuare una visita urologica ed un controllo del PSA; tale soglia per l’etá può eventualmente essere anticipata proprio in soggetti che abbiano familiarità per la malattia. Inoltre, alcuni studi hanno dimostrato che potrebbe essere opportuno ottenere un dosaggio di PSA in età particolarmente giovane (40-45 anni): in base al valore basale del PSA (il primo valore riscontrato al primo dosaggio eseguito), può essere definito il rischio di sviluppare un tumore della prostata nella propria vita.

Oltre al cosiddetto PSA totale, esistono altri surrogati, come il PSA libero, la PSA density, ecc. PSA e surrogati, insieme, possono essere valutati dall’urologo durante la visita urologica (che deve includere l’esplorazione rettale) per meglio definire l’opportunità o meno di procedere con ulteriori accertamenti.

Qualora i valori del PSA e/o l’esplorazione rettale lo suggeriscano, è possibile che venga posta indicazione ad effettuare una biopsia prostatica.

NB: è pratica diffusa, quanto sconsigliabile (quanto fastidiosa per l’esame in sé), quella di effettuare ripetutamente ecografie transrettali di controllo.

L’ecografia transrettale è utile per acquisire una serie di informazioni (forma, volume prostatico, volume della parte adenomatosa della prostata, ecc) anche molto importanti, ma non ha, ad oggi, dimostrato di aggiungere nulla alla diagnostica del tumore prostatico.

Al contrario, l’ecografia transrettale é più che opportuna come guida della biopsia prostatica, per permettere all’urologo di introdurre l’ago da biopsia nei diversi “quadranti prostatici”.

Negli ultimi anni, un ruolo importante nella diagnosi del tumore prostatico è rivestito dalla risonanza magnetica prostatica “multiparametrica”. Tale metodica è particolarmente adatta allo studio della prostata, ed è in grado di individuare le aree sospette per tumore. Si dice appunto multiparametrica perché oltre alla rappresentazione della prostata e di eventuali noduli sospetti, se presenti, la risonanza magnetica prostatica può studiare il metabolismo delle aree individuate, rendendo possibile la discriminazione tra nodi benigni e nodi maligni.

La biopsia prostatica
La biopsia è una procedura che attraverso la guida della sonda ecografica, consente di prelevare dei campioni di tessuto prostatico. Questi campioni di prostata sono inviati anatomopatologo, per analisi al microscopio.
La biopsia viene oggi effettuata con numerosi prelievi, solitamente tra 10 e 18 prelievi, in anestesia locale. La tecnica bioptica tradizionale prevede l’inserimento della sonda ecografica nel retto del paziente e, previa anestesia locale, l’inserimento di un ago attraverso il retto (appunto la tecnica transrettale, la più diffusa) o attraverso il perineo (tecnica transperineale), tra lo scroto e l’ano del paziente. É una procedura fastidiosa ma tollerabile.

La relativa recente introduzione della risonanza magnetica prostatica consente oggi la cosiddetta “biopsia target”. È una tecnica avanzata, nel corso della quale si esegue comunque l’ecografia in tempo reale, come descritto per la biopsia standard, ma alle immagini dell’ecografia si “fondono” (mediante un software, un programma per computer apposito) le immagini della risonanza magnetica prostatica che il paziente ha eseguito in precedenza. Questo consente di andare a “pescare” con l’ago della biopsia proprio nell’area che la risonanza ha indicato come possibile nodulo sospetto, incrementando le possibilità di una diagnosi al primo colpo.

Generalmente, la biopsia target viene associata alla biopsia standard.

Come leggere e capire la biopsia prostatica:
Uno dei momenti più delicati e stressanti per il paziente è quello della consegna dell’esame istologico dopo la biopsia prostatica (cioè l’esame dei campioni di tessuto prelevati mediante biopsia che sono stati analizzati dall’anatomopatologo).
L’esame istologico ci dice se nel tessuto che è stato sottoposto ad esame microscopico, vi siano cellule tumorali. Ci sono tre differenti situazioni:

1) Il caso in cui non vi siano cellule tumorali: nel referto non compare la parola “neoplasia” o “adenocarcinoma” o “tumore”. In questo caso abbiamo la certezza che nel tessuto in esame non vi siano cellule tumorali. Questo ovviamente è un dato molto favorevole, da salutare con spirito positivo, ma non ci esime dall’effettuare controlli successivi, perché il tessuto campionato alla biopsia prostatica rappresenta solo una parte della prostata, quindi non può escludere al 100% che vi possano essere piccoli foci di tumore prostatico nelle zone della prostata non campionate (ecco spiegato il perché molti uomini con una prima biopsia negativa si trovino a doverne effettuare talvolta una seconda o anche una terza e una quarta…)

2) Il caso in cui vi siano cellule tumorali: per capire la “gravità” del problema, dobbiamo capire il livello di aggressività della malattia. Questa viene espressa, al di là di altri parametri, dal cosiddetto grado “Gleason”, che si presenta come la somma di due numeri. Insieme al PSA e all’esito dell’esplorazione rettale, il grado Gleason fornisce all’urologo le informazioni più importanti per fornire al paziente le indicazioni terapeutiche. Molti tumori sono di grado 6 (3+3). In questo caso si tratta di malattie ben localizzate, con ottima probabilità di guarire.
Forme parimenti molto comuni, ad aggressività intermedia sono i gradi Gleason 7 (3+4 e 4+3). Dal Gleason 8 (4+4 fino al 5+5), si parla invece di forme aggressive.

3) Il caso in cui non vi sia cenno di presenza di tumore, ma compaiano queste dizioni: a) PIN (neoplasia intraepiteliale) e/o b) ASAP: (proliferazione microacinare atipica). Si tratta di forme non chiaramente tumorali, ma neanche di tessuto completamente sano. Senza entrare nel dettaglio di che cosa siano tecnicamente PIN e ASAP, quando alla biopsia si riscontra uno, l’altro o entrambi, abbiamo una situazione di assenza di tumore evidente, ma di alta probabilità che possa venir diagnosticato alla prossima biopsia eseguita. In questo caso, appunto, è importante programmare una biopsia successiva a breve distanza dalla precedente.

NB: Ovviamente, la presenza di PIN o ASAP non modifica le scelte terapeutiche se è anche presente il vero tumore di prostata.

Tumore della prostata: stadiazione

Una volta che la biopsia prostatica ci ha rivelato che nei campioni in esame ci sono cellule tumorali, sarà importante capire l’aggressività e l’estensione della malattia che ci troviamo ad affrontare.
Una prima serie di informazioni le acquisiamo dai parametri già in nostro possesso:

  • PSA (se < 10 siamo in area di basso rischio)
  • Grado di Gleason (se < 7, siamo in area di intermedio-basso rischio – anche il 7 quando è 3+4 ha una buona prognosi)
  • Esplorazione rettale (se l’urologo che ci ha visitato ci ha detto che non si sentivano noduli siamo in area di basso rischio).

Quando i fattori elencati identificano un’area di basso rischio, non si rendono necessari ulteriori accertamenti e possiamo procedere con la scelta terapeutica del caso.

Qualora invece i fattori elencati identifichino un rischio più elevato, sarà opportuno procedere con ulteriori accertamenti volti a definire se vi sia il rischio che la malattia sia disseminata ai linfonodi (ecco perché al paziente viene richiesto di eseguire una TAC) o alle ossa (ecco perché al paziente viene richiesta una scintigrafia ossea).

Negli ultimi anni, la risonanza magnetica prostatica di cui si è accennato sopra ha assunto un ruolo sempre più importante anche nella migliore caratterizzazione della prostata e del tumore della prostata. L’acquisizione di un numero maggiore di informazioni consentito dalla risonanza può consentire un trattamento del paziente ancor più personalizzato. In pratica la risonanza consente di studiare meglio l’eventuale coinvolgimento da parte del tumore prostatico della sua porzione più esterna, la “capsula” della prostata. Se la risonanza dimostra che non c’è coinvolgimento delle strutture esterne alla prostata da parte del tumore, il chirurgo potrà eseguire un intervento più conservativo, risparmiando, ad esempio, alcuni nervi che corrono lateralmente alla prostata.

Tumore della prostata: possibili terapie

Una volta ottenuta una diagnosi, il trattamento del tumore prostatico varierà in base alle caratteristiche del paziente e della malattia. L’urologo curante sarà la figura che guiderà il paziente nella scelta del trattamento più appropriato.

Come detto, sono importanti innanzitutto le caratteristiche della malattia, ottenute mediante la biopsia prostatica, e la stadiazione della malattia (ottenuta mediante le indagini radiologiche accennate). Ma nella scelta del trattamento più adatto, l’urologo deve prendere in considerazione anche l’età del paziente e le sue condizioni di salute.

La scelta del trattamento può spaziare dalla sorveglianza attiva (appunto, per forme di tumore molto iniziali, cosiddette clinicamente “non significative), passando per la chirurgia, la radioterapia e l’ormonoterapia. Negli ultimi anni sono state descritte ed introdotte nella pratica anche alcune terapie cosiddette focali, che sono tuttavia ancora in fase di definizione.

Vediamo nel dettaglio il più comune trattamento per il tumore della prostata nelle mani dell’urologo: la Prostatectomia Robotica

La Prostatectomia Robotica

Senza dubbio, la terapia chirurgica, rappresentata dalla prostatectomia, rappresenta il trattamento di scelta per il tumore della prostata localizzato.

L’approccio robotico è ormai il più utilizzato per il trattamento del cancro della prostata, per i dimostrati vantaggi della chirurgia robotica rispetto alla chirurgia a cielo aperto ed eseguita mediante approccio laparoscopico tradizionale.

Si pensi che negli Stati Uniti oltre il 90% di tutte le prostatectomie radicali sono effettuate con tecnica robotica. L’Italia sta seguendo questo trend, sulla scia degli Stati Uniti, con circa 70 sistemi robotici installati.

Va detto però che i risultati della chirurgia non dipendono solo dalla macchina usata, bensí anche dall’esperienza e dall’abilità del chirurgo. Tale robot infatti non è autonomo, ma deve essere guidato dalle mani del chirurgo. La visione tridimensionale e ingrandita, insieme all’eliminazione del tremore fisiologico della mano dell’uomo, consentono l’esecuzione di movimenti molto fini, particolarmente importanti in questo tipo di chirurgia.

Approfondiamo i risultati della prostatectomia robotica:

  • Oncologici
  • Funzionali
  • Complicanze

Risultati Oncologici:

Trattandosi di una chirurgia per tumore, lo scopo principale deve essere la rimozione della prostata affetta dal tumore, con l’obiettivo di non lasciare malattia residua. In caso di malattia residua, parliamo di “margine chirurgico positivo”. Nella maggior parte dei casi, non accade di avere un margine positivo per negligenza del chirurgo, ma piuttosto per l’estensione della malattia al di fuori della prostata. Il paziente dovrà essere indirizzato ad ulteriori trattamenti non chirurgici, tra i quali la radioterapia.

Dopo la chirurgia, il valore di PSA dovrà azzerarsi se la prostata è completamente rimossa.

Detto questo, indipendentemente dal fatto di avere una completa rimozione di prostata e tumore, in un certo numero di pazienti può osservarsi la cosiddetta ripresa di malattia biochimica. Questa sarebbe una risalita del PSA. Va seguita dal proprio urologo e, anche in questo caso, il paziente potrebbe dover essere indirizzato ad ulteriori terapie.

Il tasso di margini chirurgici positivi e di recidiva biochimica post-prostatectomia radicale robotica è sovrapponibile ai risultati della prostatectomia eseguita a cielo aperto, con i vantaggi della minore invasivitá, rappresentati da minori perdite ematiche con necessità di trasfusioni e durata inferiore della degenza ospedaliera.

La procedura eseguita mediante approccio robotico consente inoltre di eseguire una linfadenectomia (l’asportazione dei linfonodi che drenano la ghiandola prostatica: sono quelli che potrebbero ricevere alcune cellule tumorali che escono dalla prostata) senza aumentare il tasso di complicanze. La linfoadenectomia viene eseguita nei pazienti a rischio maggiore, calcolato sempre sulla base di PSA, esplorazione rettale e dati della biopsia.

Risultati Funzionali:

Oltre all’importanza dei risultati oncologici sopra descritti, per il paziente medio che deve affrontare la prostatectomia sono molto importanti anche i risultati funzionali. È infatti ampiamente riportato che la prostatectomia può causare un certo grado di incontinenza urinaria e di disfunzione erettile.

Continenza

Rispetto all’approccio a cielo aperto e laparoscopico tradizionale, l’approccio robotico ha sicuramente dimostrato a livello scientifico significativi vantaggi in termini di recupero della continenza dopo prostatectomia radicale.

Ovviamente, oltre all’esperienza del chirurgo, ci sono una serie di fattori che concorrono a determinare la possibilità di essere incontinenti dopo l’intervento: questi sono l’età avanzata, un peso corporeo elevato, prostata molto voluminosa, altre malattie del paziente, la presenza prima dell’intervento di sintomi delle vie urinarie.

NB: Proprio perché sappiamo quanto sia importante il recupero della continenza per il paziente, specialmente quanto sia importante il precoce recupero della continenza, nel nostro Centro applichiamo come standard in tutti i pazienti una tecnica di ricostruzione posteriore della muscolatura coinvolta nella continenza urinaria: il cosiddetto “punto di Rocco”. É stato riportato in una meta-analisi della letteratura (vale a dire un approfondito studio che analizza contemporaneamente tutti gli studi disponibili in letteratura e ne paragona i risultati) che il punto di Rocco, se eseguito, consente un più precoce recupero della continenza urinaria ad 1 mese dopo l’intervento.

Potenza Sessuale

In termini di recupero della disfunzione erettile (la ripresa della potenza sessuale), la prostatectomia robotica offre un significativo vantaggio rispetto alla chirurgia tradizionale ad 1 anno dopo l’intervento.
Anche per il recupero della potenza esistono dei fattori che concorrono. Sicuramente l’età giovane del paziente al momento della chirurgia, la presenza di attività sessuale fino all’intervento chirurgico, nonché, molto importanti, le tecniche chirurgiche “
nerve-sparing” (tecniche che prevedono la conservazione di gran parte o di una parte dei nervi che corrono intorno alla prostata, coinvolti nell’erezione) rappresentano i principali fattori per mantenere o recuperare la funzione erettile.

NB: Proprio perché sappiamo quanto sia importante per il paziente mantenere una vita sessuale florida anche dopo l’intervento, nel nostro Centro abbiamo sviluppato un modello di ragionamento specifico il PRECE finalizzato a personalizzare in ogni paziente la massima conservazione di nervi possibile (dall’inglese PRedicting ExtraCapsular Extension in prostate cancer – strumento per predire l’estensione extracapsulare del tumore della prostata – www.prece.it). Si tratta di uno strumento statistico che, sulla base di caratteristiche cliniche e anatomo-patologiche della malattia, consente di calcolare il rischio di estensione extra-prostatica del tumore. Questo è un punto fondamentale: se si pensa alla prostata come ad un frutto, i nervi da conservare sono come la buccia del frutto. Il nostro strumento ci consente di avere un’accurata stima della probabilità che i nervi intorno alla prostata (la buccia) siano coinvolti o meno dal tumore. Se il nostro modello ci dice che i nervi non sono coinvolti, allora possiamo permetterci di conservarli in maniera significativa, offrendo al paziente una maggiore probabilità di recuperare la funzione erettile dopo l’intervento. Dopo questa spiegazione é chiaro come in alcuni pazienti che abbiano una malattia che sconfina al di fuori della prostata invadendo i nervi intorno ad essa sia necessario, per curare la malattia, asportare anche quei nervi. In questo caso ovviamente le chances di recuperare la potenza sessuale saranno ridotte.

Complicanze:

Oltre ai risultati oncologici e funzionali, dopo la prostatectomia radicale sono importanti le complicanze.

La buona notizia per il paziente che potrà giovarsi di un approccio robotico alla prostatectomia radicale è rappresentata dalle perdite di sangue minori durante l’intervento robotico rispetto agli interventi tradizionali: questo si traduce in una riduzione delle trasfusioni di sangue.

Ricordiamo che la prostatectomia consiste di 2 fasi: 1) una fase cosiddetta “demolitiva”, la vera e propria prostatectomia e 2) una fase ricostruttiva, durante la quale, dopo aver rimosso la prostata, il chirurgo deve ripristinare la continuitá della via urinaria, collegando la vescica all’uretra. Questa parte ricostruttiva richiede altrettanta attenzione. Il chirurgo confeziona dei punti tra uretra e vescica (in questa fase è particolarmente vantaggioso usare il robot). Questi punti guariranno in alcuni giorni, grazie al fatto che venga inserito un catetere che permette ai tessuti ricostruiti di guarire in modo asciutto, senza che l’urina possa essere di disturbo (l’urina viene appunto drenata all’esterno dal catatere).

Detto questo, spandimenti di urina dopo la ricostruzione, o linfoceli (accumuli di linfa locale, nella zona dove è stata rimossa la prostata con i suoi linfonodi), e possibilitá di reintervento sono le più comuni complicanze della prostatectomia robotica. Queste sono direttamente proporzionali all’esperienza del chirurgo e alle caratteristiche del paziente. Il tasso totale di complicanze è sovrapponibile a quello riportato nella letteratura della prostatectomia a cielo aperto.

Dopo la Prostatectomia, il “Vademecum” per il Paziente

La lettera di dimissione consegnata al paziente contiene tutti i suggerimenti e le prescrizioni che il caso prevede.

La terapia antibiotica

solitamente non è necessaria. In alcuni casi viene comunque prescritta a seconda della necessità clinica

La terapia antitrombotica: 

La scarsa attività fisica conseguente all’intervento può provocare la stasi del sangue soprattutto nelle vene delle gambe (un po’ come accade nei lunghi viaggi in aereo). Per prevenire la formazione di eventuali coaguli è bene attenersi alle seguenti norme:
– Non stare troppo tempo a letto; camminare per almeno 15 minuti ogni ora.
– Indossare per 15 giorni le calze elastiche. La compressione graduata che esercitano sulle gambe evita che le vene si dilatino e diano ai coaguli (i cosiddetti “trombi”) la possibilità di formarsi.
– Effettuare la puntura di eparina a basso peso molecolare sulla spalla o sul grasso sottocutaneo a livello dell’addome tutti i giorni per 15 giorni (in caso di dimenticanza effettuarla il mattino successivo ma si raccomanda di non saltare alcuna somministrazione!).

L’alimentazione:
il paziente può assumere qualsiasi tipo di cibo, ma è preferibile che assuma cibi che non provochino stitichezza.

Si riportano alcuni tra gli alimenti suggeriti:

  • Pane e crackers integrali
  • Riso e pasta integrali, passati di verdura, minestroni di verdure
  • Nessuna limitazione per carne, pesce e uova
  • Verdure cotte, carote, fagiolini, zucchine, carciofi, spinaci, cavoli, rape legumi freschi in genere
  • Grassi vegetali, burro fresco
  • Alimenti che contengano grassi saturi
  • Frutta fresca cruda, pere, uva, pesche, ciliege, prugne, fichi. frutta cotta
  • Yogurt, marmellata, miele

La gestione del catetere:
Come accennato, il catetere vescicale è un tubo di lattice rivestito di silicone la cui punta si trova in vescica. Il catetere resta ancorato alla vescica grazie ad un palloncino gonfiato con acqua (o con aria) che evita che esso scivoli all’esterno.
È solitamente di colore giallo o trasparente, e ha alla sua estremità un’uscita gialla e un’uscita rossa (o arancione).
L’uscita gialla è quella dell’urina, che viene solitamente collegata ad un sacchetto di raccolta.
L’uscita rossa (o arancione) è quella collegata al palloncino di ancoraggio, gonfiato all’interno della vescica. È costituita da una valvola: attraverso questa valvola è possibile sgonfiare il palloncino quando sia arrivato il momento di rimuovere il catetere.
A meno che non vengano date precise istruzioni da medici o infermieri è opportuno non manipolare l’uscita rossa!

Le ferite chirurgiche:
Le piccole ferite chirurgiche possono essere medicate passando un batuffolo sterile imbevuto di soluzione iodata o equivalente, e poi possono essere coperte con un nuovo cerotto. Non ci sono punti da togliere.

Dopo la rimozione del catetere vescicale:

Continenza

  • Come accennato nel capitolo della continenza, alla rimozione del catetere vescicale è normale osservare delle perdite involontarie di urina, un po’ come un rubinetto che fa fatica a chiudere. Sono dovute specialmente ad una sorta di “pigrizia” della muscolatura della continenza, in modo analogo a quando il tono muscolare dei muscoli di una gamba si riduce quando si é costretti ad usare le stampelle in caso di fratture / traumi a quella gamba, non potendola appoggiare.
  • Tranquillizziamo il paziente anticipando che sono temporanee in circa il 97% dei casi.
    All’inizio è conveniente indossare dei pannolini che consentano di non bagnare gli indumenti, anche solo a scopo protettivo.
    Dopo 3 mesi, circa il 60% dei pazienti è continente e dopo 6 mesi circa il 90% dei pazienti è continente.
    La tecnica descritta nota come punto di Rocco ha contribuito a ridurre il tempo di recupero della continenza urinaria.
    Si può inoltre accelerare il recupero della continenza con esercizi di fisioterapia mirati.
  • In caso di incontinenza definitiva (3% dei casi) è possibile ricorrere ad interventi correttivi, peraltro poco invasivi, che hanno una elevata percentuale di successo.
  • Attività sessuale

La ripresa dell’attività sessuale, come già detto, è legata a molti fattori. Nei pazienti in cui si sia proceduto a risparmiare i nervi dell’erezione, grazie anche al PRECE, come descritto, il recupero può aversi in oltre il 70% dei pazienti di età inferiore ai 65 anni che avessero ovviamente un’erezione efficace prima dell’intervento.

NB: qualora il paziente soffrisse di disfunzione erettile già prima dell’intervento, si badi che la prostatectomia robotica, anche eseguita con tecniche di conservazione dei nervi, non sarà terapeutica, vale a dire, non farà tornare al paziente un’erezione che già non c’era.

È importante distinguere alcune delle componenti che sono coinvolte nell’attività sessuale per capire in che modo l’intervento possa influenzarle.

Libido: è il desiderio sessuale. Il paziente che viene sottoposto ad intervento di prostatectomia robotica conserva la libido. È possibile che l’incontinenza temporanea post-operatoria e il disagio correlato all’intervento provochino una temporanea attenuazione della libido che nel complesso viene comunque mantenuta. Quando questi piccoli problemi vengono superati, la libido ritorna ai livelli pre-intervento.

L’erezione: la capacità di raggiungere e mantenere l’indurimento del pene allo scopo di ottenere la penetrazione. L’intervento di prostatectomia può provocare delle lesioni a livello dei nervi che sono responsabili dell’erezione. Inoltre come spiegato, alcuni tipi di tumori richiedono per la loro cura completa l’asportazione di parte dei nervi che corrono intorno alla prostata.

Il pene, quindi, in caso di danno alle strutture nervose dell’erezione, nonostante l’eccitazione sessuale provata, può rimanere parzialmente o completamente flaccido.

L’approccio robotico può danneggiare l’erezione in misura minore rispetto all’approccio tradizionale, consentendo di allontanare delicatamente i nervi dell’erezione dalla prostata e quindi non danneggiandoli. Lo strumento descritto PRECE inoltre ci consente di massimizzare la conservazione delle strutture nervose.

Il tempo di recupero dell’erezione varia molto nelle casistiche pubblicate in letteratura ed è legato a molti fattori. La possibilità di recuperare l’erezione è entro i 18 mesi dall’intervento, dopo i quali le speranze sono inferiori.

L’orgasmo: la sensazione di piacere conseguente alla stimolazione sessuale: nonostante la possibile assenza di erezione, l’orgasmo può essere comunque raggiunto in seguito stimolazione sessuale.

L’ejaculazione: è la fuoriuscita di liquido seminale al momento dell’orgasmo. Nel paziente sottoposto a prostatectomia questa non avviene più, dato che la produzione di gran parte del volume del liquido seminale avveniva ad opera della prostata che è stata rimossa. Inoltre, le vie seminali vengono interrotte con l’intervento.

LA TERAPIA DEL TUMORE PROSTATICO